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giovedì 29 febbraio 2024

Recensione "La campana di vetro" di Sylvia Plath

 





Cari amici lettori,

oggi è tempo di immergersi in un nuovo mondo libroso e stavolta tocca ad un romanzo cult come "La campana di vetro" della poetessa Sylvia Plath. Oscar Mondadori Vault lo scorso novembre ha pubblicato una nuova versione del romanzo e non ho resistito alla copertina.




Siete curiosi?




Titolo: La campana di vetro
Autrice: Sylvia Plath
Editore: Oscar Mondadori Vault
Genere: Autobiografia
Uscita: 21 novembre 2023
Pagine: 336


In un albergo di New York per sole donne, Esther, diciannovenne di provincia, studentessa brillante, vincitrice di un soggiorno offerto da una rivista di moda, incomincia a sentirsi «come un cavallo da corsa in un mondo senza ippodromi». Intorno a lei, sopra di lei, l'America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta. Un mondo alienato, una vera e propria campana di vetro che schiaccia la protagonista sotto il peso della sua protezione, togliendole a poco a poco l'aria. L'alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell'elettroshock. Pubblicato nel 1963, un mese prima del suicidio dell'autrice, "La campana di vetro" è l'unico romanzo di Sylvia Plath. Fortemente autobiografico, narra con stile limpido e teso e con agghiacciante semplicità le insipienze, le crudeltà incoscienti, i tabù capaci di stritolare qualunque adolescenza nell'ingranaggio di una normalità che ignora la poesia. Un libro iconico, coraggioso, che tocca temi ineludibili come la parità di genere e la salute mentale, qui accompagnato dalle illustrazioni di Anastasia Stefurak, eleganti nel tratto quanto emotivamente coinvolgenti, ispirate a foto, poster, riviste, moda e stile, design industriale e di interni, oltre che a film americani degli anni Sessanta.












Oggi vi parlo di un romanzo iconico, fortemente femminista e anticonformista come l’autrice che lo ha scritto. Sto parlando de La campana di vetro di Silvia Plath. L’unico romanzo dell’autrice che morì suicida un mese dopo la pubblicazione. Un romanzo criticato per il suo contenuto così irriverente verso la società profondamente borghese e bigotta degli anni Cinquanta.


È un libro decisamente autobiografico e sebbene la protagonista abbia un nome diverso, si capisce da subito che Esther Greenwood, una giovanissima ragazza di provincia che si sta aprendo al mondo pieno di opportunità per le ragazze talentuose e brillanti come lei, ha molto della Plath. Il romanzo si apre su New York, il posto perfetto dove mostrare la propria bravura e costruirsi il proprio futuro. Da Boston, Esther ha portato con sé il suo bagaglio di intelligenza e voglia di emergere, venendo selezionata per un soggiorno per la rivista femminile Ladies’ Day. L’iniziale entusiasmo e fascino verso questa metropoli piena di luci e che sembra potere offrire tante opportunità, sembrano però via via scemare. Quello che rimane a Esther è solo superficialità e cattiveria.



"La città era appesa alla mia finestra, piatta come un manifesto, luccicante e ammiccante, ma per quanto mi riguardava avrebbe potuto non esserci affatto."


Il romanzo apre i battenti già con un velo di tristezza su un fatto di cronaca che sta tenendo occupata l'opinione pubblica e da cui la protagonista sembra particolarmente ossessionata. Già questo annuncia il tema ricorrente in questo romanzo, quello della morte.


Oramai buttato via quel velo di illusione che una grande metropoli può regalare, Esther deve fare i conti con sé stessa. E a quanto pare, una vita dedita allo studio, a vincere ogni sorta di concorso e borsa di studio, non hanno di per sé portato a nulla. Stupenda è la metafora con l’albero di fico. Una storia sull’amore impossibile tra un ebreo e una suora e i loro incontri sotto un fruttuoso albero di fico. Il fico per la nostra protagonista sta a simboleggiare le tante opportunità che ha davanti a sé. Lei vorrebbe coglierle tutte ma può solo seguire una via e quindi raccogliere un unico frutto. Questo forte senso di indecisione, alla fine la lascerà a bocca asciutta senza niente in mano, come il suo futuro tanto pianificato che un attimo va in fumo.







Altra tematica molto battuta è quella del ruolo della donna soprattutto in quel periodo storico in cui ha vissuto la Plath, ovvero l’America degli anni Cinquanta. Borghese e maccartista. Ma direi che per come l’autrice ha saputo descrivere in maniera esaustiva le sensazioni provate dalla giovane protagonista Esther, stretta in una morsa nel dover scegliere tra un futuro lavorativo come scrittrice ma fortemente osteggiata e malvista e quello più conforme alla società maschilista e oppressiva del tempo, diventare moglie e madre, siano sempre attuali. Anche se oggi molte cose sono cambiate e la donna con tanto coraggio e lotte sociali ha trovato il suo posto nel mondo, soffriamo ancora una visione patriarcale della società. Motivo per cui, ci sentiamo ancora vicine a donne di altre epoche che volevano di più per loro stesse.




"L’ultima cosa che desideravo era la «sicurezza assoluta» ed essere il punto da cui scocca la freccia dell’uomo. Io volevo novità ed esperienze esaltanti, volevo essere io una freccia che vola in tutte le direzioni, come le scintille multicolori dei razzi il 4 luglio."



La visione di una società ampiamente maschilista la si legge dappertutto in questo romanzo. Le stesse donne, vedi le colleghe o compagne di college di Esther sembrano giudicare male il suo anticonformismo. Il suo non scendere a compromessi e sedurre un uomo con la propria natura allegra e serena, la rendono come un pezzo di un ingranaggio mal riuscito agli occhi del mondo.


L’approccio di Esther verso l’altro sesso poi non è mai nelle sue aspettative. Lei vorrebbe illudersi nel trovare un po' di romanticismo e comprensione nel ragazzo di turno o anche quello della porta accanto come Buddy Willard ma invece nulla. Esther viene ripagata sempre con la stessa moneta: violenza e arroganza.



“si dedicò esclusivamente a me. E non per gentilezza e nemmeno per curiosità, bensì perché io ero la donna che gli era toccata, come una carta di un mazzo di identiche carte da gioco.”


Le false aspettative newyorkesi e il rifiuto delle regole sociali che le vengono ribadite da chiunque che di conseguenza la fanno sentire incompresa e diversa dalle altre coetanee, portano Esther verso un senso di depressione sempre più crescente. Un forte senso di alienazione che porterà Esther prima a cercare una soluzione. L'ultima fermata sarà un istituto di salute mentale. Ma sarà la soluzione a questo perenne senso di inadeguatezza?







Mi sono sentita sin da subito in forte empatia con Esther per il suo sentirsi inadeguata, per la sua visione diversa del mondo e di sé stessa. Forse vivendo in una piccola realtà, sentendo molto il giudizio degli altri su di sé, mi sono rivista come Esther, all’interno di una campana di vetro, senza aria e schiacciata da quello che gli altri si aspettano da te. Per Esther l’immagine della campana rappresenta forse altro, la crescente psicosi che la tiene distaccata dal mondo e incapace di instaurare rapporti sociali “normali”. Personalmente, io in quella campana costruita da Esther ho visto un po' di tutto, sia una gabbia emotiva ma anche un rifugio dal mondo esterno.






Il finale sebbene dovrebbe essere positivo almeno per la protagonista, ci lascia con un senso di tristezza. Un punto interrogativo, anzi no, tre puntini sospensivi. Perché quella campana di vetro sembra sempre incombere sopra di lei pronta a scendere di nuovo e toglierle il respiro, e allora cosa fare? Un epilogo molto amaro e triste ma anche profondamente significativo di accettazione di sé e delle proprie cicatrici.


Mi è piaciuto e chi lo avrebbe detto. Ho sicuramente ampliato la mia conoscenza su di un’autrice di cui sapevo poco o niente e che erroneamente avevo categorizzato come la poetessa suicida. Beh, c’è molto di più dietro questa poetessa. Una femminista e una donna coraggiosa che ha saputo andare contro le convenzioni del suo tempo, nel bene e nel male. Il suicidio in sé rappresenta solo un millesimo di quello che ci ha voluto comunicare la Plath. C'è molto della Plath in questo romanzo e perfino un cieco se ne accorgerebbe.






La parte a mio parere più affascinante è la parte del romanzo ambientata nell’ospedale psichiatrico. Questa parte del libro mi ha catturato ma anche reso critica e cinica nei confronti di quello che succedeva in quei luoghi in passato e delle terapie utilizzate ma soprattutto dell’insensibilità dei medici, soprattutto uomini.


Questo romanzo è un quadro che dipinge perfettamente un’epoca ma anche un manifesto di denuncia di un modo di pensare che ancora è restio a lasciarci. Una storia in cui identificarsi per tanti aspetti e in cui trovare conforto e pace.


"Feci un profondo respiro e ascoltai il mio cuore ripetere l’antica vanteria.
Io sono, io sono, io sono."





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